Prime Esperienze
Quarto giorno in campeggio
11.05.2026 |
2.481 |
10
"Mentre continuavo a masturbarlo con una mano, con l’altra mi portai tra le cosce..."
Il giorno successivo si svegliò con un cielo plumbeo, promettente pioggia. Le nuvole basse e grigie coprivano il sole, ma l’aria era calda, umida, carica di elettricità statica che sembrava vibrare sulla pelle. Decidemmo di sfidare il tempo e andare a fare un giro in bici fino in centro a Rovigno.Mi vestii con una canottiera di cotone bianco, sottilissima, così morbida che sembrava un secondo strato di pelle. I pantaloncini erano quelli che avevo portato appositamente per il campeggio: corti, larghi, di un lino leggero che si muoveva con ogni mio respiro.
Quando uscii dalla tenda, Marco era già fuori, che controllava le catene delle bici. Si voltò e il suo sguardo scivolò su di me, dalla testa ai piedi, fermandosi con una luce divertita e oscura negli occhi.
«Beh tesoro», disse, la voce bassa e carica di significato, «potevi anche non metterti niente. Tanto le tette ti escono e i pantaloncini ti coprono davanti a malapena.»
Sorrisi, sentendo già un’onda di calore tra le cosce. «È lo stile campeggio nudista anche fuori dal campeggio.»
Salii sulla bici. Appena mi piegai in avanti per afferrare il manubrio, sentii il tessuto della canottiera scivolare verso il basso. I miei seni, non sostenuti da nessun reggiseno, si affacciarono quasi completamente dal bordo inferiore della stoffa. I capezzoli, già duri per l’aria fresca del mattino, sfiorarono il tessuto umido, lasciando due macchie scure e visibili.
Ma non era tutto. Ogni pedalata, ogni movimento delle cosce, faceva scivolare i pantaloncini larghi. Il tessuto di lino, leggero, si apriva con il movimento, lasciando la mia vagina completamente in vista tra una pedalata e l’altra. Sentivo l’aria fresca accarezzare direttamente le mie labbra, già leggermente umide per l’eccitazione che questa esposizione stava generando.
Non dissi nulla a Marco riguardo alla sua situazione. Anche lui non portava intimo sotto i suoi pantaloncini corti di jeans sbiaditi. Quando era fermo, in piedi, la stoffa aderiva al suo corpo in modo da delineare perfettamente la forma del suo pene. Non solo: l’apertura delle cuciture laterali, tipiche di quei pantaloncini, permetteva di intravedere, quando la luce colpiva nel modo giusto, il glande stesso e l’aureola scura che lo circondava. Era eccitante pensarlo camminare per le strade del centro, con quella promessa visibile a chiunque avesse occhio per guardare.
Partimmo con calma. La temperatura era perfetta, fresca ma non fredda, ideale per un’attività che non fosse semplicemente prendere il sole. Dopo dieci minuti di pedalata lungo la strada costiera, con il mare grigio alla nostra destra, Marco si avvicinò pedalando affianco a me.
«I tuoi pantaloncini», disse, la voce un po’ roca, «sono un po’ bagnati.»
Guardai in basso. Aveva ragione. La stoffa di lino, nella zona centrale, era macchiata di un’umidità più scura. La mia eccitazione, combinata con l’esposizione continua, aveva prodotto umori che avevano impregnato il tessuto.
«È vero», risposi, cercando di sembrare noncurante. «Sto pedalando con la figa fuori e le tette libere.»
Mi coprii almeno i seni, tirando su la canottiera, anche se sapevo che al primo movimento si sarebbe abbassata di nuovo. Ripartimmo.
Avevo Marco dietro di me. Ogni tanto, quando la strada lo permetteva, mi alzavo dalla sella, non per fare più forza sulle pedale, ma per offrirgli una vista migliore. In quei momenti, i pantaloncini si arrotolavano ancora di più, esponendo completamente il mio sedere e, nelle fasi di discesa, la mia vagina aperta all’aria. Sentivo il suo sguardo bruciarmi la pelle, e sapevo che la sua erezione stava crescendo dentro i suoi jeans.
Arrivati nel centro storico di Rovigno, parcheggiammo le bici. Le stradine di pietra grigia erano affollate di turisti, ma l’atmosfera era rilassata, mediterranea.
Cominciammo a passeggiare, entrando nei negozietti di artigianato locale. Io indossavo occhiali da sole grandi, che mi permettevano di osservare senza essere vista direttamente.
E li vedevo. Gli uomini. Le loro occhiate scivolavano su di me, si fermavano sul punto dove i miei capezzoli sfioravano il tessuto della canottiera. Erano pronunciati, duri, e facevano capolino con ogni mio movimento. Non facevo nulla per sistemarli. Anzi, ogni volta che sentivo uno sguardo su di me, inspiravo profondamente, facendoli sporgere ancora di più.
Anche le donne guardavano. Alcune con disapprovazione velata, altre con una curiosità più accesa, più personale.
«Tutti mi stanno guardando», sussurrai a Marco, mentre camminavamo abbracciati per una viuzza stretta.
«Lo so», rispose lui, la sua mano che si strinse intorno alla mia vita. «Me ne sto accorgendo. Ed è molto eccitante, non trovi?»
Sentii la sua mano scendere, sfiorare il bordo dei miei pantaloncini. «Io mi sto eccitando», continuò, avvicinando le labbra al mio orecchio. «Guarda i miei pantaloncini. Guarda quanto sono gonfi.»
Guardai. La sua erezione era ora una protuberanza netta, definita sotto il jeans sbiadito. La cucitura centrale era tesa al limite. Era una vista apertamente provocante.
Per farlo diventare pazzo, mentre camminavamo, feci scivolare la mia mano dietro di me, dentro i suoi pantaloncini. Non cercai di afferrarlo subito; semplicemente posai la mano sul suo sedere nudo, sentendo il calore della sua pelle attraverso il mio palmo. Ma il movimento fece sì che il bordo dei suoi pantaloncini scivolasse ulteriormente giù, esponendo un buon tratto della sua natica sinistra e, soprattutto, confermando che sotto non c’era assolutamente nulla.
Ci fermammo in un bar piccolo, con tavolini all’aperto sotto un tendone. L’odore del caffè si mescolava all’umidità dell’aria. Ordinammo due bottigliette d’acqua.
«Vado in bagno», dissi a Marco, prendendo la mia borsetta.
Il bagno era in fondo a un corridoio stretto e buio. Mentre camminavo, sentii più che vidi un’ombra staccarsi dalla luce del bar e seguirmi. Non mi voltai immediatamente. Ascoltai i passi dietro di me – pesanti, maschili.
Entrai nel bagno delle signore. C’erano tre cabine. Scelsi quella più vicina alla porta d’uscita, quella che dava direttamente sul corridoio.
La serratura era difettosa. La porta non si chiuse completamente, lasciando una fessura di circa venti centimetri. Non la corressi.
Mi voltai, e attraverso la fessura vidi l’ombra fermarsi davanti alla porta. Era un uomo attempato, forse sulla sessantina, ma ancora in forma, con capelli grigi spessi e un’aria distinta. Indossava pantaloni chiari e una camicia aperta sul collo.
E aveva una mano dentro i suoi pantaloni.
Il mio cuore accelerò. Non di paura, ma di eccitazione pura, immediata. Lo osservai dalla coda dell’occhio mentre lui, pensando di non essere visto, si muoveva lentamente, la mano che lavorava dentro la stoffa.
Con tutta la naturalezza del mondo, mi sfilai i pantaloncini. Li lasciai scivolare lungo le cosce fino alle caviglie, poi li sollevai e li appoggiai sul porta-asciugamani. Rimasi completamente nuda dalla vita in giù, in piedi davanti al water.
La fessura della porta mi dava una vista parziale del corridoio, ma sapevo che dalla sua angolazione, lui poteva vedere. Doveva vedere.
Presi il telefono dalla borsetta. Scrivere a Marco con le mani che tremavano per l’eccitazione fu difficile, ma riuscii.
«Tesoro, devo fare la pipì. E c’è un signore con la mano dentro i suoi pantaloni che mi sta guardando dalla fessura.»
La risposta arrivò immediatamente. «Fai quello che ti senti.»
Sorrisi. Lo amo quando mi dice così. Mi dà il permesso di essere chi sono, di desiderare ciò che desidero.
Mi sedetti sul water. Non avevo realmente bisogno di urinare, ma la situazione, l’eccitazione, avevano creato una pressione reale. Lasciai che il flusso uscisse, forte e chiaro, producendo un suono che sapevo sarebbe arrivato al corridoio.
Finita, mi alzai. Mi accorsi che non avevo nemmeno un fazzoletto per asciugarmi. Il pensiero di uscire dal bagno completamente bagnata, con gli umori della pipì e dell’eccitazione che mi colavano lungo le cosce, mi eccitò ancora di più.
Aprii la porta e mi sporsi, non per prendere aria, ma per cercare della carta igienica nei bagni vicini. Non c’era niente. Ma l’uomo era ancora lì, immobile, la mano ancora dentro i pantaloni, gli occhi fissi su di me.
I nostri sguardi si incontrarono. Non sorrisi. Non annuii. Semplicemente feci un piccolo cenno con la testa, un invito silenzioso.
Lui prese la palla al balzo. In due passi fu davanti a me. Non disse una parola. Con movimenti rapidi, abbassò la zip dei suoi pantaloni e fece uscire il suo cazzo.
Non era giovane, ma era in forma. Il suo membro era eretto, di una lunghezza rispettabile, con vene prominenti che pulsavano sotto la pelle. Il glande era scoperto, lucido di un liquido pre-eiaculatorio.
Uscii dal bagno, completamente nuda dalla vita in giù, la pelle ancora umida. Lui mi seguì a ruota, il suo cazzo che oscillava ad ogni passo.
Mi diressi verso un altro bagno, più in fondo al corridoio, uno che sembrava più appartato, meno usato. La porta era aperta. Entrai. Lui mi seguì e chiuse la porta dietro di noi con un click sommesso.
L’aria nel piccolo spazio diventò immediatamente calda, densa dell’odore del suo cazzo e della mia eccitazione.
Mi abbassai sulle ginocchia, sul pavimento di piastrelle fredde. Volevo vederlo da vicino. Volevo assaggiarlo.
Gli feci scorrere il prepuzio indietro con due dita, esponendo completamente il glande, rosa e umido. Sputai nel mio palmo, poi spalmai la saliva sulla punta del suo cazzo, massaggiandola con movimenti circolari.
Poi presi il telefono. Una foto. Un primo piano del suo membro nella mia mano, con lo sfondo del mio corpo nudo, le mie cosce umide. La inviai a Marco.
«Sto per assaggiare un cazzo di un vecchio che mi guardava fare pipì», scrissi velocemente.
La risposta non arrivò immediatamente. Ma sapevo che stava guardando. Sapeva.
La mia figa era bagnata – una miscela di pipì e dei miei umori, un cocktail salato e acre che mi eccitava profondamente. Mentre continuavo a masturbarlo con una mano, con l’altra mi portai tra le cosce. Feci scivolare due dita dentro di me, sentendo il mio stesso liquido scaldarmi la pelle. Poi estrassi le dita, lucide e viscide, e me le portai alla bocca.
Aprii la lingua e le leccai lentamente, senza mai staccare gli occhi dai suoi. Vidi il suo respiro accelerare, vidi le sue palle contrarsi.
Lui durò poco. Forse l’eccitazione della situazione, forse la vista di me che assaggiavo i miei stessi umori mentre lo masturbavo. Con un gemito soffocato, il suo corpo si irrigidì. Il primo getto di sperma mi colpì la mano, caldo e denso. Il resto schizzò sulla mia coscia sinistra, formando una macchia bianca e lucida sulla mia pelle.
Rimase immobile per un secondo, ansimante. Poi, con movimenti rapidi, si sistemò i pantaloni, evitando il mio sguardo. Aprì la porta e uscì, sparendo nel corridoio senza una parola.
Rimasi inginocchiata sul pavimento freddo, con il suo sperma che colava lentamente lungo la mia coscia. Non c’era carta, non c’era acqua. Non potevo uscire così.
Allora feci l’unica cosa che mi sembrò naturale. Portai la mano, coperta del suo seme, alla bocca. La leccai pulita, assaporando il sapore salato, muschiato, il sapore della sua età e della mia trasgressione. Poi, con la lingua, pulii la mia coscia, raccogliendo ogni traccia della sua eiaculazione.
Quando uscii dal bagno, avevo un’aria probabilmente trasandata, ma ero pulita. O almeno, pulita alla vista.
Marco era al tavolo, che finiva la sua acqua. Mi vide avvicinarmi e i suoi occhi andarono immediatamente alla mia coscia. La macchia bianca non c’era più, ma la pelle era ancora lucida, leggermente arrossata dal mio leccare.
Appena uscimmo dal bar, in una viuzza laterale deserta, mi fermai. Lui non disse nulla. Semplicemente si chinò, e con due dita, toccò il punto sulla mia coscia dove sapeva che lo sperma era stato. Le sue dita si inumidirono leggermente – forse era la mia saliva, forse un residuo.
Poi, senza rompere il contatto visivo, mi portò quelle due dita alla bocca.
Le aprii le labbra. Lui inserì le dita, lentamente, fino a sentire che toccavano il retro della mia lingua.
Quel gesto – così intimo, così possessivo, così accondiscendente – fu l’apice. Mai raggiunto prima. In quel momento capii la profondità della nostra unione: avevo un marito che non solo accettava i miei desideri più oscuri, ma li celebrava, li faceva suoi.
Tra i vicoli in pietra grigia di Rovigno, con il rumore del mare in lontananza, volevo tastare con mano la sua eccitazione. Mi avvicinai a lui, nascosta da un arco di pietra. Gli sbottonai i pantaloncini, afferrandolo attraverso la stoffa.
Era durissimo, pulsante. Lo estrassi, sentendo il calore della sua pelle sotto le mie dita. Con una lieve pressione alla base, strizzai delicatamente.
Una goccia trasparente di liquido pre-eiaculatorio apparve sulla punta del suo glande, lucida come una perla.
Mi chinai e la leccai via con la punta della lingua. Il sapore era salato, familiare, eppure sempre nuovo. Era il mio premio per quello che avevo fatto. Era la sua benedizione.
Finita la passeggiata, riprendemmo le bici per tornare in campeggio. La strada costeggiava campi aperti, uliveti, vigneti. Il cielo era ancora grigio, ma ora era un grigio uniforme, promettente ma non minaccioso.
Dopo un kilometro circa, senza dire nulla a Marco, svoltai su una strada sterrata secondaria. Sentii che mi seguiva senza esitazione.
La strada si fece più stretta, più nascosta dalla vegetazione. Arrivammo a un punto dove un gruppo di alberi di ulivo formava una sorta di barriera naturale, nascosto dalla strada principale.
Fermai la bici. Lui fece lo stesso.
Non servirono parole. I suoi occhi erano assetati di me. E i miei lo erano di lui.
Mi tolsi la canottiera bianca, lasciandola cadere sull’erba secca. Poi mi sfilai i pantaloncini fradici – fradici della mia eccitazione, della mia pipì, dell’umidità del giorno. Li lasciai cadere ai miei piedi.
Rimasi completamente nuda davanti a lui, sotto il cielo grigio, circondata dagli ulivi.
«Mi devi scopare», dissi, la voce bassa ma carica di un’urgenza che non ammetteva discussioni.
Lui non rispose a parole. Si sfilò i pantaloncini in un movimento. Il suo cazzo era già duro, eretto, che puntava verso di me come una freccia.
In un colpo solo, senza preamboli, mi penetrò.
L’entrata fu brutale, diretta, totale. Sentii ogni centimetro di lui riempirmi in un solo, potente movimento. Un gemito mi sfuggì, un suono che era metà dolore, metà piacere assoluto.
Ero eccitata dal fatto che poco prima stavo masturbando un vecchio sconosciuto in un bagno pubblico, e ora mio marito mi stava scopando in un campo aperto. La trasgressione si mescolava alla familiarità, creando un cocktail esplosivo.
Volevo di più. Volevo sentire tutto dentro di me.
Mi girai, mettendomi a novanta gradi, le mani appoggiate al sellino della mia bici. Lui mi seguì, il suo cazzo che non uscì mai completamente da me, mantenendo il contatto.
Mentre mi scopava con colpi profondi e regolari, sentivo il suo corpo che sbatteva contro il mio, sentivo il suono umido della nostra unione che si mescolava al fruscio delle foglie degli ulivi.
«Aprimi», ansimai, la voce rotta dai suoi movimenti. «Aprimi anche il culo. Con due dita.»
Lui obbedì. Con una mano che mi teneva ferma per un fianco, con l’altra si portò dietro di me. Sentii le sue dita, unte del mio stesso liquido, cercare l’ingresso del mio ano.
Le prime dita furono un’esplorazione, una preparazione. Poi sentii due dita – l’indice e il medio – penetrarmi lentamente, aprendomi in un modo che non ero preparata a sentire.
La combinazione fu devastante. Il suo cazzo che mi riempiva la vagina, le sue dita che mi aprivano l’ano, la posizione esposta sotto il cielo aperto.
Raggiunsi la luna. L’orgasmo non fu un’onda, fu uno tsunami. Urlai, un suono che strappai dalla gola e che sembrò scuotere i rami degli ulivi. Il mio corpo si contrasse intorno a lui, stringendo il suo membro e le sue dita in una morsa di velluto bagnato.
Lui continuò a scoparmi, i suoi movimenti diventando più frenetici, più profondi. Sentii le sue dita nell’ano muoversi in sincrono con le sue spinte vaginali.
«Sto per venire», ringhiò, la voce strozzata dal piacere.
Non risposi. Non potevo. Ero ancora nel vortice del mio orgasmo quando sentii il suo cazzo pulsare dentro di me, e poi il caldo fiotto del suo sperma che mi riempiva.
Mise la mano sotto di me, tra le mie cosce, mentre si ritraeva. Voleva raccogliere il suo seme che stava già fuoriuscendo da me, misto ai miei fluidi.
Io mi girai, ancora tremante, e mi alzai. La sua mano era piena del suo sperma, bianco e denso.
Quel seme, senza esitazione, me lo spalmò su tutta la mia figa. Lo fece con cura, come se stesse applicando una crema preziosa. Lo spalmò sulle labbra, sul clitoride, dentro le pieghe, coprendo completamente l’area con la sua essenza.
Lui si inginocchiò davanti a me, sul terreno erboso. In quell’attimo, capii cosa voleva fare. Senza bisogno di parole, senza un comando, alzai una gamba e la posai sul tronco di un ulivo vicino, esponendomi completamente a lui.
Lui era lì, in ginocchio, e cominciò a leccare.
Leccò via il suo stesso sperma dalla mia pelle, dalla mia figa. La sua lingua era precisa, meticolosa, non lasciando traccia. Ma non si limitò a pulire. Continuò a leccare, a succhiare, a stimolare il mio clitoride già sensibile dopo l’orgasmo precedente.
Vederlo – mio marito, l’uomo che conoscevo da anni – inginocchiato davanti a me, che leccava via il suo stesso sperma dal mio corpo mentre io ero appoggiata a un albero in un campo aperto… fu troppo.
Raggiunsi un orgasmo clitorideo eccezionale, diverso dal primo. Questo fu più acuto, più focalizzato, un’esplosione di luce bianca che partì dal punto dove la sua lingua lavorava e si diffuse in tutto il mio corpo, facendomi tremare dalla testa ai piedi.
Quando finalmente mi calmai, lui si alzò. I suoi occhi erano lucidi, non di vergogna, ma di una specie di trionfo.
Da quel momento, in quel campo di ulivi sotto un cielo grigio croato, capii che eravamo pronti. Pronti per un altro step, un livello ulteriore di condivisione, di trasgressione condivisa.
E sapevo, mentre mi rivestivo con i vestiti ancora umidi, che avrei fatto in modo che si avverasse. In questa vacanza croata, sotto il sole o sotto la pioggia, avremmo spinto i confini ancora più in là.
La strada di ritorno al campeggio fu percorsa in silenzio. Ma il silenzio non era vuoto. Era pieno di promesse, di immagini già formate, di desideri non ancora espressi ma già condivisi.
Ero nuda sotto i vestiti, e lui era nudo sotto i suoi. E il mondo poteva guardare, o non guardare. A noi non importava più.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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